Se oggi la depressione post-partum viene individuata sempre meglio, gli altri disturbi legati al periodo perinatale rimangono ancora poco conosciuti, frequentemente sottodiagnosticati e, di conseguenza, gestiti in modo inadeguato. Per molteplici ragioni (in particolare la difficoltà nel parlare apertamente o la paura di non essere ascoltate), molte madri (e talvolta i loro partner) sviluppano una sofferenza psichica che portano in silenzio, a volte per anni.
Queste difficoltà possono manifestarsi in seguito a una gravidanza o a un parto vissuto come traumatico, ma anche derivare da un trauma precedente riattivato dalla maternità. È essenziale sottolineare che un parto definito "normale" dal punto di vista medico può comunque scatenare un disturbo da stress post-traumatico post-partum (DSPT-PP). Infatti, circa un quarto delle madri presenta una sintomatologia marcata e il 6% sviluppa un DSPT-PP completo a seguito di una nascita priva di complicazioni mediche (Dekel et al., 2017; Cook et al., 2018).
Nella vita quotidiana, questi disturbi si traducono spesso in difficoltà nell'instaurare un legame sereno con il proprio bambino, un'ansia intensa, attacchi di panico, irritabilità, ruminazioni pervasive, oltre all'evitamento di tutto ciò che può ricordare la nascita (compreso, talvolta, il bambino stesso). Senza un supporto adeguato, questa sofferenza rischia di cronicizzarsi e di comportare ulteriori complicazioni. Sappiate tuttavia che non è mai troppo tardi per chiedere aiuto e intraprendere un percorso di cura.
Le informazioni sopra riportate sono fornite a titolo indicativo e non sostituiscono una diagnosi professionale. Se vi riconoscete in questa descrizione, sono necessarie una valutazione clinica approfondita e un'analisi del vostro contesto di vita.
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Sebbene condivida diverse manifestazioni con la depressione post-partum — come un'ansia acuta, un calo dell'umore o pensieri negativi —, il disturbo da stress post-traumatico post-partum si distingue per caratteristiche cliniche molto specifiche. Si manifesta principalmente attraverso tre grandi assi:
- uno stato di iperattivazione (o di intorpidimento): un'ipervigilanza costante, un'iper-reattività allo stress o, al contrario, un ottundimento emotivo e una sensazione di distacco.
- sintomi intrusivi: reviviscenze involontarie, flashback o ruminazioni continue che riportano costantemente all'evento traumatico (il parto o la gravidanza).
- strategie di evitamento: la necessità di evitare attivamente tutto ciò che potrebbe ricordare il trauma (i racconti di nascita, lo studio medico, l'ospedale e, talvolta, il bambino stesso).
Poiché il DSPT-PP è frequentemente intrecciato con la depressione — o può finire per innescarne una se non viene trattato —, è spesso poco riconosciuto o erroneamente diagnosticato come una semplice depressione post-partum. Tuttavia, formulare una diagnosi precisa è indispensabile per proporre un percorso psicoterapeutico realmente adeguato (Grekin & O'Hara, 2014).
(sources: Grekin, R., & O'Hara, M. W. (2014). Prevalence and risk factors of postpartum posttraumatic stress disorder: A meta-analysis. Clinical Psychology Review, 34(5), 389–401.)
Il periodo del post-partum è accompagnato da un importante sconvolgimento emotivo e neurobiologico. Questa particolare vulnerabilità può scatenare un Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) o accentuare un disturbo preesistente, facendo spesso precipitare la persona in un intenso vissuto di sofferenza (Fairbrother et al., 2021). Questo disturbo si articola attorno a due meccanismi principali:
- ossessioni e pensieri intrusivi: la persona è assalita da dubbi, preoccupazioni o immagini mentali involontarie legate al concetto di pericolo. Nel contesto del post-partum, questi pensieri possono riguardare un pericolo esterno (incidenti, contaminazione da germi) o la percezione di se stessi come un pericolo (fobie d'impulso: la paura irrazionale e terrorizzante di fare del male al proprio bambino). È fondamentale sottolineare che questi pensieri sono definiti egodistonici: vanno totalmente contro i desideri della madre e non portano al passaggio all'atto.
- compulsioni e rituali: per tentare di neutralizzare l'ansia insopportabile generata da questi pensieri, la persona mette in atto strategie compulsive (verifiche ripetute della respirazione del bambino, lavaggi eccessivi, evitamento di oggetti taglienti o di momenti di intimità con il bambino).
Di fronte a queste manifestazioni, la reazione spontanea dei familiari è spesso quella di voler "far ragionare" la persona ripetendole che non c'è alcun rischio, oppure di formulare osservazioni accusatorie dovute a incomprensione. Tali interventi si rivelano inutili e controproducenti: rischiano di alimentare il circolo ansioso, di rafforzare il senso di colpa e di spingere la madre a rifugiarsi nel silenzio per timore che le venga tolto il bambino.
Grazie a una psicoterapia adeguata (in particolare le Terapie Cognitivo-Comportamentali / TCC), è assolutamente possibile spezzare il circolo vizioso del DOC, disinnescare l'angoscia legata ai pensieri intrusivi e ritrovare una relazione serena con il proprio bambino.
(sources: Fairbrother, N., Collardeau, F., Albert, A. Y. K., Challacombe, F. L., Thordarson, D. S., Woody, S. R., & Janssen, P. A. (2021). High prevalence and incidence of Obsessive-Compulsive Disorder among women across pregnancy and the postpartum. The Journal of Clinical Psychiatry, 82(2), 20m13398.)
L'arrivo di un bambino si accompagna naturalmente a delle preoccupazioni. Tuttavia, quando queste preoccupazioni diventano permanenti, incontrollabili e sproporzionate rispetto alla realtà, può trattarsi di un Disturbo d'Ansia Generalizzata del Post-Partum. Questo disturbo può emergere dopo la nascita o corrispondere all'esacerbazione di un'ansia preesistente (Fawcett et al., 2019).
Si manifesta attraverso uno stato di tensione continua e un'apprensione globale di fronte agli eventi della vita quotidiana, associando sintomi psicologici e fisici:
- un'ipervigilanza e un'agitazione permanente: il cervello rimane in costante allerta, anticipando incessantemente scenari catastrofici riguardanti il bambino o la vita quotidiana.
- un esaurimento fisico: l'ansia si traduce nel corpo con forti tensioni o dolori muscolari, un'intensa stanchezza e marcati disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o risvegli ansiosi, anche quando il bambino dorme serenamente).
- manifestazioni acute d'ansia: l'ansia sottostante può culminare sotto forma di attacchi di panico o crisi d'ansia acute.
A differenza del DOC, in cui la persona tenta di neutralizzare la propria ansia con comportamenti o rituali molto specifici (verifiche, pulizie), la reazione all'ansia nel DAG è più diffusa, vaga e non ritualizzata.
Di fronte a preoccupazioni spesso percepite come "sproporzionate", i familiari tentano frequentemente di "far ragionare" la persona o di ridimensionare la situazione. Questi tentativi, per quanto mossi da buone intenzioni, si rivelano inefficaci di fronte a un meccanismo ansioso di natura clinica. Rischiano di accrescere il senso di incomprensione e di colpa, portando a un progressivo isolamento sociale
Un percorso psicoterapeutico permette di disinnescare questi schemi di preoccupazione, di imparare a regolare il sistema nervoso e di ritrovare una quotidianità serena con il proprio bambino.
(sources: Fawcett, E. J., Fairbrother, N., Cox, A. R., White, I. R., & Fawcett, J. M. (2019). The prevalence of anxiety disorders during pregnancy and the postpartum period: A multivariate hierarchical meta-analysis. The Journal of Clinical Psychiatry, 80(4), 18m12464)
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